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(1) IL TERZO OCCHIO (1958)

(E' il primo libro della serie di nove; descrive i primi vent'anni di vita dell'autore, arricchendo la
narrazione con temi decisamente inconsueti per gli occidentali. E' un ottimo "aperitivo", che stuzzica
l'appetito nei confronti dei libri successivi.)





ANTICHE CIVILTA' ED ALIENI


1-115 Prima di lasciare il Potala (che era la sede del Dalai Lama) scendemmo in una delle gallerie

sotterranee. Mi fu detto che potevo visitarne una sola in quanto avrei veduto le altre in seguito. Ci
munimmo di torce accese, discendemmo con cautela una serie di gradini che sembrava
interminabile e scivolammo lungo viscidi budelli rocciosi. Queste gallerie, mi venne spiegato,
erano state aperte da un'eruzione vulcanica innumerevoli secoli prima. Alle pareti si scorgevano
strani diagrammi e dipinti di scene del tutto ignote. Mi interessava assai più vedere il lago che,
come mi era stato detto, si stendeva per chilometri e chilometri al termine di uno dei budelli.
Finalmente entrammo in una galleria che divenne sempre e sempre più ampia finché, a un tratto, la
volta scomparve, portandosi a un'altezza alla quale la luce delle torce non poteva giungere. Ancora
un centinaio di metri e ci trovammo sull'orlo di un'acqua quale non avevo mai veduto. Era nera e
immobile, oscura in modo da sembrare quasi invisibile, più simile a un pozzo senza fondo che a
un lago. Non un'increspatura ne turbava la superficie, non un suono violava il silenzio. Anche la
roccia sulla quale ci trovavamo era nera; riluceva alla luce delle torce, ma, un po' di lato, scorsi un
luccicare anche sulla parete. Mi avvicinai e vidi che nella roccia si trovava un'ampia vena d'oro
lunga forse quattro metri e mezzo o cinque metri; nel senso dell'altezza, mi arrivava dal collo alle
ginocchia. In tempi remoti, l'enorme calore aveva fuso l'oro nella roccia, ed esso si era poi
raffreddato formando grumi simili al grasso di candele dorate. Il lama Mingyar Dondup ruppe il
silenzio: “Questo lago porta al fiume Tsang-po a sessantacinque chilometri di distanza. Molti anni
fa, alcuni monaci avventurosi costruirono una zattera di legno e remi con i quali spingerla
sull'acqua. Caricarono la zattera di torce e si allontanarono dalla riva. Per chilometri e chilometri
remarono, esplorando il lago, poi vennero a trovarsi in uno spazio ancor più vasto dove non
riuscivano a scorgere né le pareti, né la volta. Andarono alla deriva, mentre remavano adagio, non
sapendo in quale direzione spingersi”. Ascoltavo, raffigurandomi vividamente la scena. Il lama
continuò: “Si erano smarriti, in quanto ignoravano da quale punto fossero partiti e quale direzione
avessero seguito. Improvvisamente la zattera sussultò, una folata di vento spense le torce,
lasciandoli immersi nelle tenebre, ed essi si resero conto che la loro fragile imbarcazione era in
preda ai demoni dell'acqua. La zattera piroettava su se stessa, dando loro il capogiro e stordendoli.
Si avvinghiarono alle corde che la tenevano insieme. Con quei movimenti violenti, piccole onde si
frangevano sulla superficie della zattera, ed essi si bagnarono fino all'osso. La velocità della
zattera aumentava sempre più e i monaci compresero

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L'eremita entra in una di queste celle, di sua spontanea volontà, e poi la porta viene murata. Le
celle sono completamente buie, senza arredi, e non contengono altro che le quattro pareti di pietra.
Il cibo viene introdotto una volta al giorno attraverso una speciale apertura che non lascia entrare
né la luce né i suoni. L'eremita rimane lì dentro, dapprima per tre anni, tre mesi e tre giorni.
Medita sulla natura della vita e sulla natura dell'uomo. Per nessun motivo al mondo può
abbandonare fisicamente questa cella. Durante l'ultimo mese del suo isolamento, un foro
piccolissimo viene praticato nel tetto in modo da lasciar penetrare un debole raggio di luce. Il foro
viene ingrandito di giorno in giorno, in modo che gli occhi dell'eremita possano riabituarsi alla
luce. Altrimenti egli rimarrebbe cieco non appena uscito dal suo ritiro. Molto spesso questi uomini
ritornano nelle loro celle dopo un intervallo di sole poche settimane, e vi rimangono per tutta la
vita. La loro non è una esistenza sterile e inutile come si potrebbe supporre. L'uomo è spirito, è
una creatura di un altro mondo e, una volta liberatosi dai legami della carne, può vagabondare per
il mondo come spirito e aiutare il prossimo con il pensiero. I pensieri, come noi nel Tibet
sappiamo bene, sono onde di energia. La materia è energia condensata. Il pensiero, prudentemente
guidato, e condensato in parte, può far sì che un determinato oggetto si sposti. Il pensiero,
dominato in un altro modo, può dar luogo alla telepatia e far sì che una persona lontana compia
una determinata azione. E' tutto ciò davvero così incredibile in un mondo che considera
normalissima l'azione di un uomo il quale parlando al microfono dirige l'atterraggio di un aereo
nella nebbia più fitta, mentre il pilota non scorge affatto il terreno? Con un po' di addestramento, e
liberandosi dallo scetticismo l'uomo potrebbe fare la stessa cosa con la telepatia invece di ricorrere
a un fallibile apparecchio.

1-219 La telepatia è un'altra arte facile a padroneggiarsi. Ma non se viene sfruttata come uno spettacolo
da palcoscenico. Per fortuna, quest'arte si va ora affermando.

1-121 La forza vitale del vecchio abate era andata intensificandosi da quando il lama aveva eliminato la
pressione sul cervello. Lo appoggiammo a cuscini in modo che venisse a trovarsi quasi seduto. Io
disinfettai gli strumenti in una nuova pozione d'erbe che stava bollendo, li asciugai con tessuto
bollito e rimisi con cura ogni cosa nelle due cassette. Mentre mi stavo pulendo le mani, gli occhi
del vecchio si aprirono ed egli incurvò le labbra in un debole sorriso quando vide il lama Mingyar
Dondup chino su di lui. “Sapevo che soltanto voi avreste potuto salvarmi, ecco perché ho
trasmesso al Picco (si tratta sempre del Chakpori di Lhasa o Montagna di Ferro, sede della
scuola dei lama-medici) il messaggio mentale. Il mio compito non è ancora finito, e non sono
pronto ad abbandonare il corpo.”

1-219 Fui ora sottoposto a un intenso e particolare addestramento nell'arte dei viaggi astrali, durante i
quali lo spirito, o l'Io, abbandona il corpo e rimane legato alla vita sulla Terra soltanto dalla Corda
d'Argento. Molte persone stentano a credere che si possa viaggiare in questo modo. Eppure, tutti
viaggiano così, quando dormono. Quasi sempre, in Occidente, la cosa è involontaria; in Oriente, i
lama possono compiere viaggi astrali pur rimanendo completamente coscienti. In tal modo
serbano il pieno ricordo di ciò che hanno fatto, di ciò che hanno visto, e dei luoghi in cui sono
stati. In Occidente, gli individui hanno dimenticato quest'arte, e pertanto, quando si destano,
credono di avere "sognato". Tutti i Paesi conoscevano in passato l'arte dei viaggi astrali. In
Inghilterra, si sostiene che "le streghe possono volare". Le scope non sono necessarie, se non come
mezzi per razionalizzare ciò che la gente non vuole credere! Negli Stati Uniti si dice che volino
gli "spiriti degli uomini rossi". In tutti i Paesi, dovunque, la conoscenza di tale possibilità è stata
sepolta dal tempo. A me fu insegnato il segreto dei viaggi astrali. E può essere insegnato a
chiunque.

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